COS'E' LO YOGA

Letteralmente la parola “YOGA”, si riferisce ad un insieme di tecniche asiatiche comuni a varie forme di induismo e buddismo. Attraverso i movimenti fisici e psichici, si cerca di elevare l’uomo ad una integrità spirituale.

In sanscrito, la parola “Yoga” discende dal termine “jug”: “mettere insieme, unire, legare”L’unione in questione è quella tra il sé universale (brahman) ed il sé individuale (atman). In sintesi, il punto è quello del legame tra l’essere umano e l’universo.

Tramite dei movimenti corretti ed una respirazione adeguata, possiamo armonizzarci tanto fisicamente quanto dal punto di vista psichico e spirituale.

Lo yoga non è comparso dal nulla. Millenni di maturazione hanno consentito a questa disciplina di pervenire a noi come la conosciamo oggi.

La lezione di yoga non serve solo per liberarsi dallo stress quotidiano tramite alcuni esercizi fisici. Si tratta di una pratica a 360 gradi che attraversa il tempo.

Si basa su antichi testi indiani: gli Yoga Sutra, che ne chiariscono i principi. Redatto tra il II ed il V secolo a. C., contiene 195 sūtra (corte frasi da memorizzare) e 1161 parole.

Sempre più persone associano il termine yoga ad una serie di esercizi fisici, ma questi ne rappresentano solo un aspetto. Lo yoga, infatti, si basa su un approccio meditativo, che unisce un individuo con una sorgente luminosa.

Patanjali, il padre dello Yoga, negli Yoga Sutra, definisce otto stadi, conosciuti come AshtangaYoga:

  1. Yama
  2. Niyama
  3. Asana
  4. Pranayama
  5. Pratyahara
  6. Dharana
  7. Dhyana
  8. Samadhi

Vediamoli nel dettaglio:

Yama: (doveri morali) che a sua volta racchiude ahiṃsā (non-violenza), satya (verità), asteya (onestà), brahmacarya (controllo dei sensi), aparigraha (non-possessività); Come dice la parola stessa, rimuovere le abitudini non desiderate. Ciò che governa lo Yama è l’Amore, perciò se amiamo siamo pronti a sacrificare i nostri comfort e le nostre passioni.

Niyama: (osservanza): che a sua volta racchiude śauca (purezza), santoṣa (l’accontentarsi), tapas (disciplina), svādhyāya (motivazione degli atti e studio dei testi sacri), īśvara-praṇidhāna (dedicare i propri atti a Ishvara, l’Essere universale).

Āsana: stare in una postura stabile e gradevole. In essa vengono racchiuse tutte le posizioni fisiche. Quindi la posizione da seduti che attuiamo per entrare in uno stato meditativo è un Asana. Eliminando le tensioni dal nostro corpo e rilassandoci, permettiamo al nostro stato conscio di emergere.

Prāṇāyāma: adottare una respirazione cosciente, lunga e fluida. Una volta trovata una buona postura, possiamo praticarla con regolarità, unendo ad esse, le tecniche di respiro, espandendo l’energia vitale del Prana.

Voglio soffermarmi soprattutto sugli ultimi 4 punti, perchè descrivono il processo in cui entriamo in meditazione profonda. Sono stadi distinti ma non separati. In realtà possiamo dire che fluiscono l’uno nell’altro. Sono 4 aspetti di un unico percorso, ovvero il viaggio nella profondità del nostro essere.

Pratyāhāra: armonizzazione o sospensione dei sensi; ritirarsi in se stessi. Lettermente significa andare all’interno. È formata da due parti: prati (contro) e ahar (influenze esterne). Rivolgendoci verso il nostro interno, cerchiamo di superare il desiderio di stimoli esterni. Allontanare le distrazioni che ci circondano e rivolgersi all’interno. La maggior parte della nostra attenzione è rivolta verso il mondo esterno, quindi tutto ciò che percepiamo con i cinque sensi. Chiaramente sono fondamentali, però, concentrandoci solo su ciò che si presenta fuori, rischiamo di dare troppa importanza agli aspetti materiali, piuttosto che soddisfare un bisogno interno. Possiamo diventare ricchi e famosi, ma non per questo saremo soddisfatti interiormente: ci mancherà sempre qualcosa di essenziale. Con la meditazione smettiamo di cercare all’esterno e ci rivolgiamo all’interno, quindi Pratyahara.

Una volta raggiunto l’interno, arriviamo al sesto stadio:

Dhāraṇā: concentrazione che permette di accedere alla meditazione. La capacità di bloccare le altre cose. Questo significa che non veniamo distratti, seppur sentendo il rumore del traffico per le strade e rimanendo consapevoli della conversazione telefonica nella stanza accanto. Cosa cambia allora? Che questi rumoni smettono di disturbarci. Il loro impatto è come bloccato. Letteralmente deriva da dhar (tenere, contenere). Così come il feto che è contenuto all’interno del grembo materno, noi siamo contenuti dal nostro cuore: in uno stato di benessere, il grembo percepisce la protezione della terra e si apre, perdendo lo strato protettivo, la stessa cosa facciamo noi quando siamo a nostro agio. Cominciamo così a fare esperienza con il nostro nuovo stato di coscienza interiore. Ci sentiamo in pace ed anche le nostre emozioni vengono calmate.

Dhyāna: Letteramente significa mantenere la mente su un oggetto. Ci troviamo quindi in uno stato di equilibrio, di meditazione. Dharana e Dhyana infatti, descrivono la stessa cosa: Dhyana una mente priva di distrazioni, Dhyana una mente focalizzata. Quando la nostra mente è in completo assorbimento, oltrepassa una certa soglia. Si parla quindi di Samadhi.

In giapponese, la parola corrispondente a Dhyana è ZEN.

Samādhi: contemplazione profonda e stato di unità. Secondo gli Yoga Sutra, lo yoga è “l’interruzione delle attività del pensiero”. Si arriva ad uno stato di serenità, ed è a questo che tende la pratica dello yoga. Si parla degli ostacoli da sormontare, delle posture da praticare (asana), dei diversi stadi del samâdhi (estasi o realizzazione, in sanscrito).

Poichè Samadhi è l’ottavo ed ultimo punto, le persone ritengono che chi si trovi in questo stadio abbia raggiunto l’apice del viaggio spirituale.

Vi svelo un segreto.

In realtà è solo l’inizio. Qui il cuore si riempie di pace e non è presente alcuno stress mentale, ecco perchè le persone pensano che la meditazione elimini lo stress. È possibile certo, ma come vedete non può succedere dall’oggi al domani. La mente è tranquilla solo quando il cuore è in pace.